Il quotidiano "La Repubblica" ha pubblicato un interessante servizio al 1977 e questa sera, purtroppo piuttosto sul tardi, ci sarà, su RaiTre, uno speciale dedicato a questo anno.
Vi lascio qui una traccia per leggere storie di ragazzi che avevano la stessa età di quelli che oggi ciondolano senza ideali e senza scopo, schiantandosi con le auto, facendosi di tutto ciò che è possibile ingurgitare, lessandosi il cervello e la vita. Se non quella degli altri.
Eppure quelli delle foto, quelli dei servizi, sono i padri, spesso, di coloro che oggi anagraficamente possono definirsi giovani ma che sembrano già vecchi e vuoti.
Che cos'è che è stato sbagliato? Cos'è che è mancato? Cosa non ha funzionato?
Furono anni belli e terribili. Li ricordo un poco, non avevo l'età per partecipare alle manifestazioni, ma vivevo in uno dei quartieri più "caldi" di Roma, San Lorenzo. Dietro casa avevo la "famosa" via dei Volsci. A San Lorenzo "abitavano" Radio Onda Rossa (che, mi risulta, ancora trasmette dallo stesso luogo) e Radio Città Futura. Io andavo ad un Liceo definito "rosso". Facemmo, per due anni, l'autogestione. Si fumavano i primi spinelli. Vedevamo "Happy Days" ed andavamo pazzi per "La Febbre del Sabato Sera".
Avevo i celerini sotto casa in tenuta antisommossa un giorno si e l'altro pure. Ricordo ancora l'odore acre dei lacrimogeni sparati all'Università, gli studenti che fuggivano lungo via Tiburtina, per le vie del quartiere, inseguiti dai carabinieri. Una volta, con mia madre, ci rifugiammo in un negozio ed il negoziante tirò giù subito la saracinesca. Di fuori si sentivano le urla, i botti dei lacrimogeni, gente che correva.
Sebbene i miei compagni di classe ed io appartenessimo alla stessa generazione di quelli che erano già all'Università, ci sentivamo già "diversi". Una sensazione strana. Come se tutto quel gridare, quel sangue, quella violenza, non ci appartenesse. Volevamo solo essere spensierati. Studiavamo con il sacro terrore della prof. di turno, quella dal cinque facile. Alle assemblee ci mettevamo sempre un pò in disparte, su una sorta di ballatoio che ci permetteva di vedere le cose dall'alto, da sopra quella massa umana avvolta in una nuvola evanescente di fumo.
I figli di un amico di mio padre andarano in carcere per aver lanciato una molotov ad una manifestazione ed a scuola c'era chi faceva lezioni su come si costruiva una di quelle bottiglie incendiarie. Con leggerezza e con convinzione.
Noi giocavamo a rubabandiera, a "cose, nomi e città", a carte... ci sembrava che tutti corressero così velocemente, non capivamo che cosa volevano quei ragazzi con la tolfa, i jeans sdruciti e le camicie fuori dai pantaloni, dai capelli lunghi e lo sguardo talvolta allucinato.
Dopo, molto tempo dopo, ne ho visto qualcuno, di quei ragazzi, con i capelli corti, il completo elegante, la cravatta e la valigetta di cuoio. Ricordo di essermi chiesta che cosa gli fosse accaduto. E' così, dunque, che andavano a finire gli ideali? In una valigetta di cuoio, avvolti in una cravatta elegante? E le molotov? Gli ideali sbandierati ed usati come armi? E le assemblee, i proclami, le lotte, le armi?
Forse è questo che è stato trasmesso a questa generazione di giovani, quella di oggi. Illusioni. Che solo il denaro ed il potere contanto, perchè solo quelli riescono, in qualche modo, a farti fare quello che vuoi. I sogni, gli ideali, quelli ti portano sempre fuori strada: rimani povero in canna come e più di prima. Non servono a niente. E' stato forse questo che, inconsapevolmente, è stato trasmesso?
(fonte: ANSA) - E' morto a Roma l'ultimo testimone del sacrificio di Salvo D'Acquisto. Si chiamava Angelo Amadio ed aveva 81 anni.
Salvo D'Acquisto, medaglia d'oro al valor militare, fu fucilato dai tedeschi a Torre di Palidoro, vicino roma, il 23.9.1943. Amadio aveva, a quel tempo, appena diciotto anni e faceva parte di un gruppo di 23 persone catturate da un drappello di soldati tedeschi e destinate a morire fucilate in rappresaglia per la morte di un milite tedesco.
I prigionieri vennero costretti anche a scavare la fossa dove, poi, avrebbero dovuto essere sepolti.
Il vice brigadiere Salvo D'Acquisto si offrì, allora, di morire in cambio della liberazione degli ostaggi, assumendosi la responsabilità dell'attentato in cui era rimasto ucciso il milite tedesco.
La storia ha sempre una lezione da impartirci.
Certi uomini hanno sempre una lezione da impartirci.
Come disse Merlino in "Excalibur", la maledizione degli uomini è che dimenticano.
E' morto anche l'ultimo operaio rimasto ustionato nell'incendio alla Thyssenkrupp. Un ragazzo di 26 anni che ha lottato, fino ad oggi, tra la vita e la morte, subendo tre interventi chirurgici in tre settimane.
Purtroppo, cinicamente, le fiaccolate in questi casi servono assai poco. Assai poco servono le parole, perchè sono i fatti a fare la differenza. In carcere devono andare i colpevoli di quella terribile leggerezza che ha permesso che sette uomini perissero in modo così orribile.
Le parole non servono più ai morti, nè ai familiari dei defunti. Ai primi, laddove sono andati, è forse utile solo il ricordo; ai secondi la certezza che il terribile destino dei loro cari non sia stato vano e non si ripeta mai più. Bisogna far sì che non finisca tutto tra prescrizioni e mancata individuazione dei colpevoli. I colpevoli ci sono e vanno individuati e puniti. Vanno messi nella condizione di non nuocere più.
La chiesa di S. Croce in Gerusalemme è nota soprattutto perchè, secondo una pia leggenda, custodisce i resti della crocifissione del Cristo.
L'edificio religioso sorge nell'omonima piazza, non lontana dalla basilica di S. Giovanni, sui resti di una villa imperiale denominata "Horti Variani ad Spem Veterem", iniziata a costruire da Settimio Severo e terminata da Eliogabalo nei primi due decenni del III secolo d.C.
Di questa villa facevano parte l'Anfiteatro Castrense, il Circo Variano (dal nome della famiglia di Eliogabalo), le Terme Eleniane (così chiamate dopo il restauro da parte della madre di Costantino) ed un nucleo abitativo.
Tutto questo complesso, nel IV secolo d.C., fu scelto come abitazione da Elena, madre dell'imperatore Costantino, che vi costruì un palazzo chiamato Sessorium. Fu lei a trasformare in basilica cristiana un grande atrio a pianta rettangolare, originariamente coperto con un soffitto piano. Il termine "sessorium" deriva dal verbo "sedeo" che, in latino, vuol dire "siedo", dal momento che, nel tardo impero, il Consiglio imperiale si riuniva in una sala del palazzo (anche oggi, in effetti, si usa il termine "sessione" con un significato analogo).
Inizialmente la chiesa fu chiamata "Sancta Hierusalem", poi, nel 433, fu detta Basilica Heleniana, perchè Elena vi fece edificare una cappella isolata in cui ripose quelli che credeva fossero i resti della croce, che aveva riportato da un viaggio a Gerusalemme.
Nell'VIII secolo la chiesa subì qualche lieve modifica, ma fu con papa Lucio II, nel XII secolo, che essa venne nettamente trasformata. Innanzitutto fu divisa in tre navate, venne creato il transetto, il chiostro (poi demolito) ed il campanile in laterizio alto 8 piani. I primi quattro piani oggi sono inglobati nel monastero. Il campanile ospita tre campane, due risalgono al 1631 ed una al 1957.
La chiesa fu abbandonata durante il periodo avignonese e decadde. Nel 1743 fu interamente rifatta per volontà di Benedetto XIV.
Nel ciborio settecentesco, custodito nel presbiterio, si trova l'urna in basalto che custodisce i corpi dei santi Cesareo e Anastasio. Nei sotterranie si trova la cappella di S. Elena, ornata da una decorazione voluta da Valentiniano III e restaurata, nel Cinquecento da Melozzo da Forlì. Sotto la cappella è sparsa la terra del Calvario, anch'essa riportata da Elena, mentre nella cripta è posta anche la statua romana di Giunone, ritrovata ad Ostia Antica e fatta passare per statua di Elena con la sostituzione di alcune parti.
L'attuale piazza era, un tempo, un prato detto "Prato di S. Croce".
Via Santa Croce in Gerusalemme un tempo era chiamata Stradone degli Olmi, per gli alberi che vi aveva fatto piantare Benedetto XIV e che furono abbattuti nel 1849 per utilizzarli come barricate contro i nemici della Repubblica romana.
Un enigma archeologico. E' questo il senso di una scoperta, fatta nel 2006, dagli archeologi iraniani dell'Iranian Centre for Archaeological Research, coadiuvati dalla missione italiana che collabora con loro dal 1967, ai confini dell'Afghanistan.
La località si chiama Shahr-i Sokta e vi sono stati ritrovati una città bruciata, una necropoli misteriosa, una tomba di 5000 anni fa, lo scheletro di una donna ed un occhio d'oro. Gli ingredienti del mistero ci sono tutti.
Si pensa che la misteriosa sepoltura femminile possa essere quella di una sciamana, ma la storia è ancora tutta da scrivere e scoprire.
La donna era alta circa 1 metro ed 82 centimetri, aveva caratteristiche africanoidi ed aveva, probabilmente, la pelle scura. L'occhio d'oro era incastonato nell'orbita sinistra. Gli archeologi non hanno ritrovato sepolture analoghe con le quali confrontarla.
La donna fu sepolta anche con una borsetta di pelle che, probabilmente, doveva servire a custodire il suo occhio finto, con uno specchio, una collana di turchese e lapislazzuli e vasi e coppe in terracotta.
L'occhio, analizzato dall'equipe italiana, è una mezza sfera del diametro di circa 3 centimetri e del raggio di 1,5, probabilmente costruita con pasta di bitume.
Esternamente vi è inciso un piccolo cerchio centrale dal quale si dipartono otto linee a raggiera. Ci sono, poi, due fori in cui passava una cordicella che consentiva di portare la sfera avvolgendola intorno alla testa a mò di benda da pirata.
Probabilmente l'occhio "artificiale" sostituiva quello naturale, scomparso in chissà quali circostanze, ma aveva anche un importante valenza magica e rituale che, forse, era legata al diffondersi, nella regione in cui la donna è stata sepolta, di nuove religioni quali lo zoroastrismo.
Archeologi messicani hanno scoperto, nel cuore di Città del Messico, antiche rovine di una piramide azteca risalente ad 800 anni fa.
Si stima che la piramide sia stata costruita tra il 1100 ed il 1200. Forse la storia della civiltà azteca e quella della stessa Città del Messico stanno per essere riviste.
Dunque pare non siano stati i talebani ad uccidere Benazir Bhutto.
Il leader taliban Baitullah Mehsud, luogotenente di Al Qaeda in Pakistan, nega ogni coinvolgimento dell'organizzazione terroristica nell'attentato alla Bhutto. "Noi non attacchiamo le donne", ha detto Mehsud.
Ritorna, dunque, prepotente il sospetto che c'entri qualcosa l'attuale presidente Musharraf, contro il quale sono scese in piazza circa 10.000 persone. Che Al Qaeda sia solo un comodo paravento dietro il quale lanciare sassi e nascondere mani?
Sicuramente, però, la strada più importante e conosciuta di Roma è via del Corso, che collega piazza Venezia a piazza del Popolo.
La via era anticamente chiamata via Lata e prese il nome attuale nel 1466 perchè vi correvano i barberi e vi corsero fino alla fine dell'Ottocento.
Molti papi si preoccuparono di curare l'aspetto della via: Alessandro VII cominciò a risistemarla, Gregorio XIV vi fece i marciapiedi che furono rinnovati da Pio IX nel 1847. Lo stesso Pio IX, poi, nel 1854, fece illuminare a gas la via.
La via divenne, allora, un luogo di commerci dei più disparati, finquando questi vi furono banditi da un editto. Tutti tranne i negozi di mode, confezioni, sartoria, librerie, antiquari.
Per via del Corso i nobili romani amavano passeggiare con le loro carrozze sfarzose. Si ricordano quelle del principe Massimo, del "conte Tacchia" (nome con il quale i romani apostrofavano Adriano Bennicelli), del re Umberto. Studenti, ufficiali e nullafacenti amavano trascorrere il tempo ammirando queste "sfilate" dai balconi di qualche palazzo oppure dal Caffè Aragno. Quest'ultimo era stato fondato da un caffettiere piemontese, Giacomo Aragno. Qui si ritrovavano giornalisti, politici, scrittori e soprattutto giovani letterati, alcuni dei quali fondarono anche una sorta di giornale, "La Saletta di Aragno".
Il 3 ottobre 1895 un tal Cleto Benna destò un colossale stupore nei romani percorrendo per la prima volta via del Corso con un'automobile.
Si dice che via del Corso sia stata pavimentata con le tasse pagate dalle prostitute e, pare, in parte la cosa è vera, perchè papa Paolo II impose alle allegre donnine una tassa che serviva a finanziare le corse in genere, prima fra tutte quella che si svolgeva su via del Corso. I cavalli che vi correvano erano privi di cavaliere.
Vi si svolsero, però, anche altri tipi di corse come quella degli ebrei, quella dei giovinetti e persino quella dei vecchi e degli storpi, ognuna con premi adeguati. La più spettacolare era quella dei barberi, cavalli scossi, senza fantino appunto. Le povere bestie venivano istigati inserendo loro, sotto la coda, delle palle di pece bollente.
Su via del corso si affaccia una chiesa che porta, nel nome, l'antico appellativo della strada. Si tratta di Santa Maria in via Lata, antichissima diaconia ampliata tra il 904 ed il 911 e ricostruita al livello attuale nel 1491. La chiesa primitiva giace, oggi, nei sotterranei dell'attuale edificio religioso.
Una delle vie più note di Roma, se non altro per i suoi negozi di lusso, è via dei Condotti (comunemente indicata come via Condotti) che dalla famosissima piazza di Spagna conduce a via del Corso.
Il nome "dei Condotti" è legato alle tubature che portavano l'Acqua Virgo (Acqua Vergine) a fontana di Trevi o, più precisamente, al rione Trevi che, durante tutto il Medioevo, fu uno dei pochi rioni di Roma ad avere acqua potabile.
Su questa via sorsero, ovviamente, degli alberghi di "grido", come l'Hotel d'Allemagne e l'Hotel de Londres, che ebbe in sorte di ospitare numerosi sovrani europei. Su via dei Condotti, tra gli altri, abitarono Stendhal e Leopardi, mentre al n. 11 vi morì Guglielmo Marconi.
Su via dei Condotti si affaccia, al n. 85, anche il Caffè Greco che, con il "Procope" di Parigi (fondato nel 1686) ed il "Florian" di Venezia (fondato nel 1720), è uno dei caffè più antichi d'Europa (fu fondato nel 1760). A "crearlo" fu un certo Nicola di Maddalena, detto "sor Nicola", che dette al caffè il nome del suo luogo d'origine.
La fama del Caffè Greco comincia a diffondersi a partire dai primi dell'Ottocento, complici la ricchezza del suo proprietario e Napoleone I.
Nel 1806 l'imperatore francese proclamò il blocco nei confronti delle isole britanniche. Nessun prodotto commerciale, quindi nemmeno il caffè, poteva essere importato nel continente. Il che portò ad un aumento spropositato del prezzo di questa spezia. I caffettari romani, per cercare di mantenere i prezzi bassi, s'ingegnarono a ricavare il caffè da tutto ciò che era commestibile: ceci, soia, castagne. Solo il proprietario del Caffè Greco mantiene la miscela originale, ma con un trucco: ridusse la tazza a "tazzina" (l'attuale). Questo gli permette di servire "caffè caffè" ad un prezzo non indifferente.
Al Caffè Greco solevano riunirsi tutte le belle "menti" di diverse epoche, a cominciare da Goethe per proseguire con Massimo D'Azeglio, Luigi di Baviera, Hans Christian Andersen, Leopardi, D'Annunzio, Gogol, Stendhal, Goldoni, Lord Byron, Shelley, Mark Twain, Canova, Thorvaldsen, Liszt, Berlioz, Bizet, Rossini, Mendelssohn, Toscanini, Wagner.
Chi fa da sè fa per tre. Così un anziano di 68 anni, residente in un piccolo centro sul lago d'Iseo, non si è arreso a quello che credeva essere un malore. Ha deciso di andare a piedi al più vicino ospedale, appena 5 chilometri.
L'uomo non aveva nè la macchina nè qualcuno a cui chiedere un passaggio. Quando è arrivato al pronto soccorso, è stato sottoposto ad un elettrocardiogramma ed i medici hanno scoperto che aveva un infarto in corso.
Così il pimpante vecchietto è stato trasferito con un elicottero in un ospedale più attrezzato. Ora è fuori pericolo.